11) Jung. Psicologia analitica e Weltanschauung.
Nell'esaminare il rapporto tra la sua "psicologia analitica e la
visione del mondo che essa propone, Jung si richiama alla
necessit di superare la concezione unilaterale dell'uomo e del
mondo che emerge dalla psicoanalisi freudiana, influenzata dal
materialismo razionalista di fine ottocento; essa ha inoltre
proposto una visione limitata e insufficiente dell'inconscio -
come sede dei contenuti rimossi dalla coscienza -, in cui  invece
necessario riconoscere secondo Jung un'attivit positiva e
produttiva che crea contenuti nuovi e autonomi che influiscono
sulla vita spirituale dell'individuo; accanto all'inconscio
personale si deve inoltre ammettere l'esistenza di un inconscio
collettivo ereditato dall'umanit i cui contenuti, gli archetipi,
si ritrovano nei miti, nella religione, nella cultura dei popoli.
C. G. Jung, Il problema dell'inconscio nella psicologia moderna (
pagine 261-261).
Mi accingo ora a discutere il problema dei rapporti fra psicologia
analitica e visione del mondo, e lo far appunto ponendomi nel
punto di vista che sopra ho spiegato, cio domandandomi per prima
cosa: le conoscenze della psicologia analitica aggiungono qualche
cosa di nuovo alla nostra visione del mondo oppure no? Per
trattare con profitto questa questione dobbiamo anzitutto sapere
che cosa sia la psicologia analitica. Io indico con questo nome un
particolare indirizzo della psicologia, che si occupa
principalmente dei cosiddetti fenomeni contrariamente alla
psicologia fisiologica o sperimentale, che tende a risolvere i
fenomeni complessi nei loro elementi. Chiamo analitico questo
indirizzo della psicologia perch esso si  sviluppato dalla
psicoanalisi di Freud. Freud ha identificato la psicoanalisi
colla sua teoria della rimozione dei complessi sessuali, e cos
l'ha dottrinariamente fissata. Io evito quindi l'espressione
psicoanalisi, quando discuto cose che non siano puramente
tecniche.
La psicoanalisi di Freud consiste in una tecnica che ci permette
di ricondurre alla coscienza i cosidetti contenuti repressi o
rimossi, divenuti incoscienti. Questa tecnica  un metodo
terapeutico destinato a curare e guarire le nevrosi.
Alla luce di questo metodo sembrerebbe che le nevrosi si
verifichino perch tendenze o ricordi penosi, i cosidetti
contenuti incompatibili, vengono rimossi dalla coscienza per una
specie di risentimento morale dovuto ad influenze educative, e
divengono incoscienti. Cos considerata, l'attivit psichica
incosciente ci appare come un ricettacolo di tutti i contenuti
sgraditi alla coscienza e di tutte le impressioni dimenticate. Ma
d'altra parte non si pu non voler vedere che i contenuti
incompatibili provengono appunto da impulsi incoscienti, che
dunque l'incosciente non  soltanto un ricettacolo, ma addirittura
la matrice di quelle cose di cui la coscienza vorrebbe liberarsi.
Possiamo andare ancora un passo avanti: l'incosciente crea anche
contenuti nuovi. Tutto ci che lo spirito umano cre  provenuto
da contenuti che in ultima analisi erano germi incoscienti. Mentre
Freud insistette particolarmente sul primo di questi due aspetti,
io ho messo in rilievo il secondo, senza negare il primo. Sebbene
non sia irrilevante il fatto che l'uomo fa il possibile per
schivare ed evitare tutto ci che  sgradevole e quindi dimentica
volentieri ci che non gli accomoda, mi pare tuttavia assai pi
importante constatare quale  propriamente l'attivit positiva
dell'incosciente. Osservato da questo lato l'incosciente ci appare
il complesso di tutti i contenuti psichici in statu nascendi.
Questa indubbia funzione dell'incosciente  in sostanza solamente
disturbata dai contenuti rimossi dalla coscienza, e questa
perturbazione dell'attivit naturale dell'incosciente  ben la
sorgente essenziale delle cosiddette malattie psicogene.
L'incosciente  forse meglio compreso se lo consideriamo come un
organo dotato di una sua specifica energia produttiva. Se, a causa
della rimozione, i suoi prodotti non vengono accolti nella
coscienza, nasce una specie di stasi, una innaturale inibizione di
una funzione opportuna, proprio come se la bile, prodotto naturale
della funzione del fegato, trovasse impedito il deflusso
nell'intestino. La bile passa nel sangue, e parimenti il contenuto
rimosso si irradia in altre zone psichiche e fisiologiche.
Nell'isteria sono disturbate principalmente le funzioni
fisiologiche, nelle altre nevrosi, come le fobie, le ossessioni e
le nevrosi coatte, sono disturbate soprattutto le funzioni
psichiche, compresi i sogni. L'attivit dei contenuti rimossi,
rilevabile nei sintomi somatici dell'isteria e nei sintomi
psichici di altre nevrosi (ed anche delle psicosi),  dimostrabile
anche per i sogni. Il sogno  in s una funzione normale, che pu
essere alterata dalla stasi tanto quanto altre funzioni. La teoria
freudiana del sogno considera, e anzi spiega i sogni solo sotto
questo aspetto, cio come se non fossero altro che sintomi. E'
noto che la psicoanalisi tratta alla stessa maniera anche altri
ben diversi campi dello spirito, quali le opere d'arte; ma l'opera
d'arte, mi spiace dirlo, non  un sintomo, bens una creazione
genuina. Una produzione creativa non pu essere intesa che per se
stessa. Qualunque tentativo di concepirla come un malinteso
patologico e di spiegarla come una nevrosi la riduce a una
compassionevole curiosit.
Lo stesso vale per il sogno, creazione caratteristica
dell'incosciente, che la rimozione pu solo svisare e deformare.
Spiegando il sogno come un mero sintomo di rimozione non si coglie
certo nel segno.
Limitiamoci per un istante ai risultati della psicoanalisi di
Freud. Secondo la teoria della psicoanalisi l'uomo  un essere
istintivo, che urta per molti riguardi contro le barriere delle
leggi, dei comandamenti morali e della propria saggezza, ed 
perci costretto a rimuovere in tutto o in parte alcuni istinti.
Lo scopo del metodo  di addurre alla coscienza questi contenuti
istintivi, e di sopprimere la loro rimozione mediante una
correzione cosciente. Alla minaccia rappresentata dal loro
scatenamento viene opposta la spiegazione che essi non siano altro
che fantasie e desider infantili, i quali, ragionevolmente,
possono soltanto venir repressi. Si ammette anche che essi possano
essere sublimati - secondo l'espressione tecnica - intendendo
con ci una specie di deviazione in un'opportuna forma di
adattamento. Ma chi crede che questa possa essere volontariamente
ottenuta si sbaglia. Solo l'assoluta necessit pu inibire
efficacemente un istinto naturale. Dove non esiste questa
inesorabile necessit la sublimazione non  che un'illusione, una
rimozione nuova, e questa volta alquanto pi sottile.
C' in questa teoria e in questa concezione dell'uomo qualcosa che
giovi alla nostra visione del mondo? Io non lo credo. L'idea
direttiva della psicologia interpretativa della psicoanalisi
freudiana  il ben noto materialismo razionalista della fine del
secolo scorso. Non ne vien fuori un'altra immagine del mondo e
quindi neppure un altro orientamento dell'uomo rispetto al mondo.
Ma non si pu dimenticare che solo in pochissimi casi
l'orientamento subisce l'influenza delle teorie. Assai pi
efficace  la via che passa per il fattore sentimento. Ma io non
capisco come una secca esposizione teorica possa toccare il
sentimento. Vi potrei leggere una minuta statistica carceraria e
voi vi addormentereste. Se per vi guidassi per una prigione o per
un manicomio non vi addormentereste, e ne ricevereste una profonda
impressione. Fu forse una dottrina quella che form il Budda? No,
fu la visione della vecchiaia della malattia e della morte, quella
che gli bruci nell'anima.
In realt le concezioni in parte unilaterali, in parte errate
della psicoanalisi freudiana non ci dicono nulla. Ma se gettiamo
uno sguardo nella psicoanalisi di reali casi di nevrosi e vediamo
quali devastazioni causano le cosidette rimozioni, quali
distruzioni seguono alla non osservanza di istinti elementari,
allora s ne riceviamo, per dir poco, una impressione duratura.
Non c' forma della tragedia umana che non possa scaturire da
questa lotta dell'io contro l'incosciente. Chi vede per la prima
volta gli orrori di un carcere, di un manicomio o di un ospedale
arricchisce notevolmente, per l'impressione che suscitano in lui
queste cose, la propria visione del mondo. La medesima cosa gli
succede gettando uno sguardo nell'abisso di sofferenza umana che
si apre dietro una nevrosi. Quante volte ho udito esclamare: Ma 
spaventevole! Chi vi avrebbe pensato? e cos via. Non lo si pu
davvero negare,  una impressione poderosa quella che si riceve
dell'attivit dell'incosciente, quando si cerca di indagare colla
debita profonda scrupolosit la struttura di una nevrosi. E' anche
un merito mostrare a qualcuno gli slums di Londra, e chi li ha
visti ha visto di pi che chi non li ha visti. Ma non si tratta
che di un urto violento, e la domanda: che cosa si deve fare?
rimane ancora senza risposta.
La psicoanalisi ha tolto l'involucro che ricopriva fatti noti a
poche persone, ed ha perfino fatto il tentativo di trarne partito.
Ma quale atteggiamento ha essa nei loro riguardi? E' un
atteggiamento nuovo? E' stata feconda, in altre parole, la grande
impressione? Ha essa mutato l'immagine del mondo migliorando cos
la nostra visione del mondo? La visione del mondo della
psicoanalisi  un materialismo razionalista,  la visione del
mondo di una scienza naturale essenzialmente pratica. E noi
sentiamo che questa visione  insufficiente. I tentativi di
derivare una poesia di Goethe dal suo complesso materno, o di
spiegare Napoleone come un caso di protesta virile, e san
Francesco come un caso di rimozione sessuale, ci lasciano
profondamente insoddisfatti. Sono tentativi insufficienti, che non
rendono conto della significativa realt delle cose. Dove vanno a
finire la bellezza, la grandezza e la santit? Queste sono pure
vivissime realt, senza le quali la vita umana sarebbe
estremamente ottusa. Dov' la giusta risposta ai quesiti che ci
sono posti da inauditi dolori e conflitti? In questa risposta
dovrebbe almeno risuonar qualcosa che ci ricordi la grandezza
della sofferenza. L'atteggiamento puramente razionalista, per
quanto sia spesso opportuno, trascura il significato del dolore.
Il dolore  messo da parte e dichiarato irrilevante. Fu un gran
rumore per nulla. Molto ricade in questa categoria, ma non tutto.
L'errore sta nel fatto che, come abbiamo detto, la cosiddetta
psicoanalisi ha un concetto scientifico,  vero, ma puramente
razionalistico dell'incosciente. Parlando di istinti, si crede di
riferirsi a cose note. In realt si parla di cose ignote. In
realt sappiamo soltanto che dalla buia sfera della psiche ci
giungono influssi che debbono venir comunque accolti nella
coscienza, per evitare devastatrici perturbazioni di altre
funzioni. E' assolutamente impossibile dire senz'altro di che
natura sono questi influssi, se essi sono dovuti alla sessualit,
alla volont di potenza o ad altri istinti. Sono influssi ambigui,
o addirittura di significato molteplice, come l'incosciente
stesso. Ho gi spiegato prima che l'incosciente  bens il
ricettacolo di tutti i contenuti dimenticati, passati o rimossi,
ma  anche la sfera in cui hanno luogo tutti i processi
subliminali, come le percezioni sensoriali troppo deboli per
raggiunger la coscienza, e finalmente  anche la matrice da cui
cresce il futuro psichico. Come sappiamo che si pu reprimere un
desiderio incomodo e costringerne in tal modo l'energia ad
immischiarsi in altre funzioni, cos sappiamo pure che c' chi non
pu acquistar coscienza di una nuova idea che gli viene in mente e
gli  assai lontana, la cui energia, per conseguenza, fluisce in
altre funzioni perturbandole. Ho visto molti casi in cui abnormi
fantasie sessuali cessarono di colpo e completamente nell'istante
in cui un nuovo pensiero o contenuto divenne cosciente, o una
emicrania scomparve improvvisamente quando divenne cosciente una
poesia incosciente. Come la sessualit si pu esprimere
impropriamente in fantasie, cos anche una fantasia creatrice si
pu esprimere impropriamente in sessualit. En tymologie
n'importe quoi peut dsigner n'importe quoi, disse Voltaire; e la
stessa cosa bisogna dire dell'incosciente. In ogni caso non
sappiamo mai in antecedenza di che cosa si tratta. Per ci che
riguarda l'incosciente abbiamo soltanto la facolt di saper le
cose dopo, ed inoltre  a priori impossibile saper qualcosa su
quanto avviene nell'incosciente. Ogni conclusione a questo
riguardo  un confessato come se.
In questa situazione l'incosciente ci appare come una grande X, da
cui promanano considerevoli influssi, l'unica cosa su cui non ci
sia dubbio. Uno sguardo alle religioni del passato ci mostra
l'importanza storica di questi influssi. Uno sguardo alle
sofferenze dell'uomo d'oggi ci mostra la stessa cosa. Solo che
oggi noi ci esprimiamo un po' diversamente. Cinquecent'anni fa si
diceva:  posseduta dal diavolo; oggi si dice:  una isterica; una
volta era stregoneria, oggi  una nevrosi gastrica. I fatti sono
gli stessi, ma l'antica spiegazione, psicologicamente, era quasi
esatta. Adesso, per indicare i sintomi, abbiamo dei termini
razionalistici che a dire il vero sono privi di contenuto. Quando
infatti io dico che un tale  posseduto da uno spirito maligno,
indico con ci il fatto che il posseduto non  legittimamente
malato, ma soffre di un influsso spirituale invisibile di cui non
pu rendersi padrone in nessun modo. Questo ente invisibile  un
cosidetto complesso autonomo, un contenuto incosciente sottratto
all'impero della volont cosciente. Analizzando la psicologia di
una nevrosi si scopre infatti un cosiddetto complesso, che non si
comporta come un contenuto cosciente andando o venendo come noi
comandiamo, ma segue leggi proprie,  in altre parole
indipendente, autonomo, come dice l'espressione tecnica. Esso si
comporta proprio come un coboldo che non si lascia dominare. E se
l'analisi riesce a rendere cosciente il complesso il malato dice
forse con sollievo: ah! ecco quello che mi disturbava! e
apparentemente abbiamo guadagnato qualche cosa, perch i sintomi
scompaiono: il complesso, come si suol dire,  sciolto. Possiamo
esclamare con Goethe:  Wir haben ja aufgeklrt! , or tutto 
chiaro! Ma con Goethe dobbiamo continuare:  Und dennoch spukt's
in Tegel! , eppure a Tegel ci sono gli spettri! Soltanto adesso
si rivela la vera situazione; noi ci accorgiamo che questo
complesso non avrebbe dovuto esistere, se la nostra natura non gli
avesse conferito una segreta forza propulsiva. Voglio spiegarmi
con un breve esempio: un paziente soffre di sintomi nervosi
gastrici, consistenti in contrazioni dolorose, come se avesse
fame. L'analisi rivela una passione infantile per la madre, un
cosiddetto complesso materno. Appena il malato ne prende coscienza
i sintomi scompaiono, ma rimane al loro posto uno stato nostalgico
a calmare il quale non vale la constatazione che esso non  altro
che un complesso materno infantile. Quella che prima era fame
quasi fisica e dolore fisico, ora  fame psichica e dolore
psichico. Si aspira a qualche cosa e si sa che a torto ci si
riferiva alla madre. Il fatto di un'aspirazione ancora
inappagabile rimane, e risolvere questo problema  assai pi
difficile che ricondurre la nevrosi al complesso materno. Questa
vaga bramosia  un'esigenza continua, un vuoto tormentoso, attivo,
che pu esser dimenticato solo per qualche tempo, ma non pu mai
esser vinto colla forza della volont. Ricompare continuamente.
Non si sa da che proviene, forse non si sa nemmeno che cosa si
desidera. Si possono sospettare molte cose, ma certo  soltanto
che al di l del complesso materno c' qualcosa di incosciente che
manifesta quest'esigenza ed eleva continuamente la sua voce,
indipendentemente dalla nostra coscienza inattaccabile dalla
nostra critica. Questo qualcosa  ci che io chiamo complesso
autonomo. Da questa fonte scaturisce la forza istintiva che
originariamente nutr l'anelito infantile verso la madre e poi
caus la nevrosi perch la coscienza adulta dovette ricusare
l'anelito infantile e reprimerlo come incompatibile.
Tutti i complessi infantili risalgono in ultima analisi a
contenuti autonomi dell'incosciente. La mente dei primitivi ha
personificato questi contenuti, che sentiva estranei e
incomprensibili, dando loro forma di spiriti, di demoni o di di,
ed ha tentato di assolvere alle loro esigenze con riti sacri e
magici. Accortasi, e giustamente, che questa fame o sete non pu
esser saziata n da cibo n da bevanda, n dal ritorno nel grembo
materno, la mente del primitivo ha creato immagini di esseri
invisibili gelosi ed esigenti, pi autorevoli, pi forti e pi
pericolosi che l'uomo, cittadini di un mondo invisibile, ma fusi
tanto intimamente col mondo visibile, da abitare perfino nelle
pentole di cucina. Spiriti e magia sono, per il primitivo le cause
delle malattie. I contenuti autonomi si sono in lui proiettati in
queste figure soprannaturali. Il nostro mondo invece  libero da
demoni, salvo alcuni residui significativi. Ma i contenuti
autonomi e le loro esigenze sono rimasti. Potrebbero esprimersi in
parte nelle religioni, ma quanto pi le religioni si
razionalizzano e si diluiscono - sorte quasi inevitabile - tanto
pi confuse e misteriose divengono le vie per le quali i contenuti
dell'incosciente pur ci raggiungono. Una delle vie pi comuni, e a
tutta prima non lo si sospetterebbe,  la nevrosi. Il pubblico
crede di solito che le nevrosi siano bazzecole, quantits
ngligeables della medicina, ma ha torto come abbiamo visto. Ch
dietro la nevrosi si celano quei potenti influssi psichici che
stanno a base del nostro atteggiamento spirituale e delle nostre
pi autorevoli idee direttive. Il materialismo razionalistico,
atteggiamento mentale in apparenza non sospetto,  un movimento
psicologico opposto al misticismo. Questo  il recondito
antagonista che deve essere combattuto. Materialismo e misticismo
non sono psicologicamente, che una coppia di contrari, proprio
come l'ateismo e il teismo. Sono fratelli nemici, due metodi
differenti per venire comunque a capo dei dominanti influssi
incoscienti, l'uno negando, l'altro affermando.
Il contributo pi importante che la psicologia analitica ha potuto
recare alla nostra visione del mondo  dunque, secondo me, la
nozione che esistono contenuti incoscienti i quali pongono
irrecusabili esigenze o irraggiano influssi con cui la coscienza,
volente o nolente, deve fare i conti.
L'esposizione che io ho fatto finora sarebbe certo insufficiente,
se io lasciassi in questa forma indeterminata ci che ho chiamato
contenuto autonomo dell'incosciente, e non tentassi almeno di
descrivere ci che la nostra psicologia ha empiricamente scoperto
in questi contenuti.
Se, come ammette la psicoanalisi, ci si potesse definitivamente
accontentare dicendo che l'originaria dipendenza infantile dalla
madre  la causa di quella vaga bramosia di cui sopra ho parlato,
questa nozione dovrebbe costituire anche una soluzione. E ci sono
infatti dipendenze infantili che scompaiono davvero quando si
acquista piena coscienza della loro natura. Ma non bisogna credere
che avvenga cos in tutti i casi. Residua sempre qualche cosa,
talora cos poco apparentemente, che il caso sembra praticamente
risolto, ma talora il residuo  cos abbondante da lasciare
insoddisfatti sia il medico sia il paziente, e spesso sembra che
non si sia ottenuto proprio nulla. D'altronde molti malati curati
da me, bench conoscessero minutamente il complesso che causava i
loro disturbi, non ne avevano tratto alcun reale vantaggio.
Una spiegazione causale pu dare una relativa soddisfazione
scientifica, ma psicologicamente non soddisfa, poich non rivela
lo scopo della forza istintiva a cui  dovuto il disturbo (il
significato della bramosia, per esempio), e tanto meno insegna che
cosa si deve fare per rimediarvi. Quand'anche io sappia che
un'epidemia di tifo  dovuta all'acqua infetta, non per questo ho
eliminato l'inquinamento delle sorgenti. Una risposta adeguata 
data soltanto quando si sa che cosa sia e dove tenda quella forza
ignota che mantiene viva nell'et adulta la dipendenza infantile.
Se la mente umana alla nascita fosse una tabula rasa, questi
problemi non esisterebbero, perch tutto ci che la mente contiene
sarebbe stato acquisito, o vi sarebbe stato innestato. Ma
nell'anima umana ci son molte cose che non sono state acquisite,
perch la mente umana non nasce come tabula rasa, n ogni uomo ha
un cervello del tutto nuovo ed a lui peculiare. Il cervello con
cui l'uomo nasce  il risultato dell'evoluzione di un'infinita
serie di antenati, si costituisce compiutamente differenziato di
ogni embrione, e d immancabilmente, quando entra in funzione,
risultati gi prodottisi infinite volte nella serie degli
antenati. L'intera struttura anatomica dell'uomo  un sistema
ereditario, identico alla costituzione ancestrale, che
immancabilmente funzioner nella stessa maniera di prima. E'
quindi minima la possibilit che si produca qualcosa di nuovo,
sostanzialmente differente da quanto  stato prodotto in antico.
Tutti quei fattori, dunque, che furono essenziali per i nostri avi
prossimi e remoti, saranno essenziali anche per noi, perch
corrispondono al sistema organico ereditario. Essi sono necessit,
che si paleseranno come bisogni.
Non temete che io vi parli di idee ataviche. Me ne guardo bene. I
contenuti autonomi dell'incosciente (o dominanti dell'incosciente,
come io li ho anche chiamati), non sono idee ereditate, ma
possibilit ereditate, o meglio sono necessit di generare ancora
quelle idee che le dominanti dell'incosciente hanno sempre
espresso. Certamente ogni regione della terra ed ogni epoca ha il
suo particolare linguaggio, che pu variare infinitamente. Ma non
importa che nella mitologia l'eroe vinca ora un drago, ora un
pesce, ora un altro mostro; il motivo fondamentale resta il
medesimo, ed  questo il patrimonio comune dell'umanit, non le
transitorie formulazioni delle diverse regioni e delle varie et.
L'uomo nasce dunque con una disposizione mentale complicata, ben
diversa da una tabula rasa. L'eredit mentale pone limiti precisi
anche alla pi ardita fantasia, ed attraverso il velo della pi
sfrenata fantasticheria traspaiono quelle dominanti che fin dalla
pi remota antichit furono inerenti allo spirito umano. Ci
stupisce scoprire in un alienato fantasie quasi identiche a quelle
che possiamo ritrovare nei primitivi. Ma dovremmo stupirci se cos
non fosse.
Alla sfera della massa ereditaria psichica ho dato il nome di
incosciente collettivo. I contenuti della nostra coscienza sono
tutti individualmente acquisiti. Ora, se la psiche umana fosse
costituita esclusivamente dalla coscienza, non ci sarebbe nulla di
psichico che non fosse sorto nel corso della vita individuale. In
questo caso sarebbe vano cercare qualche condizione o qualche
influsso dietro un semplice complesso paterno o materno.
Riconducendo il complesso al padre o alla madre avremmo detto
l'ultima parola, perch queste sono le figure che prime hanno
agito sulla nostra psiche cosciente. Ma in realt i contenuti
della nostra coscienza non sono dovuti soltanto all'azione
dell'ambiente individuale, sono invece anche influenzati e
ordinati dalla massa psichica ereditaria, dall'incosciente
collettivo. E' certo, per esempio, che l'immagine della madre
individuale  assai significativa, ma essa  tale perch  fusa
con una disposizione incosciente, cio con un'immagine congenita
che deve la sua esistenza al fatto che madre e bambino, da tempo
immemorabile, stettero in un rapporto simbiotico. L dove, in
qualunque senso, manca la madre individuale, si avverte una
perdita, e l'immagine materna collettiva fa sentire le sue
esigenze. Un istinto, per cos dire, non riesce a coglier nel
segno. Ne nascono assai spesso disturbi nevrotici o almeno
singolarit del carattere. Se non esistesse l'incosciente
collettivo si potrebbe ottenere tutto coll'educazione, e senza
danno storpiar l'uomo a macchina psichica o allevarlo al culto di
un ideale. Ma a tutti questi sforzi sono tracciati stretti limiti,
perch ci sono dominanti dell'incosciente che elevano invincibili
richieste di esaudimento.
Se dunque, nel caso del paziente colla nevrosi gastrica, mi si
chiede di definire esattamente che cosa sia quell'oscuro fattore
incosciente che trascendendo il complesso materno personale
alimenta una bramosia altrettanto indistinta quanto tormentosa,
debbo rispondere:  l'immagine collettiva della madre, non di
questa madre personale, ma della madre in genere.
Ma perch, mi si domander, quest'immagine collettiva deve
suscitare una simile bramosia? Rispondere a questa domanda non 
facile. Anzi, se potessimo rappresentarci direttamente che cos' e
che cosa significa l'immagine collettiva (che io ho anche chiamato
archetipo), sarebbe assai semplice capirne l'azione.
Mi spiegher meglio nel modo che segue:
La relazione da madre a bambino  la pi profonda e la pi netta
che noi conosciamo; non  forse il bambino, per qualche tempo,
parte del corpo materno? Poi egli diventa, per lunghi anni, un
elemento dell'atmosfera psichica della madre, e in questa guisa
tutto ci che nel bambino  originario si fonde indissolubilmente,
per cos dire, coll'immagine materna. Quanto io dico non  vero
soltanto per il caso singolo, ma  ancor pi vero storicamente. E'
l'esperienza vissuta dalla serie degli antenati,  una verit
organica come il rapporto fra i sessi. Anche l'archetipo, immagine
materna collettiva ereditaria,  dotato di una forza attrattiva
straordinariamente intensa, che spinge il bambino a aggrapparsi
istintivamente a sua madre. Coll'andar degli anni l'uomo si
sottrae naturalmente alla madre (non altrettanto naturalmente
all'archetipo), purch egli non sia pi in uno stato di
primitivit quasi animalesca, ma abbia gi acquistato una certa
consapevolezza e quindi una certa civilt. Se egli  puramente
istintivo, la sua vita scorre senza volont, perch volont
presuppone sempre coscienza; scorre secondo leggi incoscienti e
non si scosta mai dall'archetipo. Ma se esiste una certa
consapevolezza il contenuto cosciente  valutato pi che
l'incosciente, e ne nasce l'illusione di aver cessato, separandosi
dalla madre, di essere il figlio di questa madre individuale. La
coscienza non conosce che contenuti individualmente acquisiti, non
conosce, per conseguenza, che la madre individuale, e non sa che
questa  in pari tempo la portatrice dell'archetipo, e
rappresenta, per cos dire, la madre eterna. Ma il distacco dalla
madre  sufficiente solo se  in pari tempo un distacco
dall'archetipo. Lo stesso dicasi per il distacco dal padre.
Il sorgere della coscienza e quindi di una relativa libert di
volere permise naturalmente lo scostamento dall'archetipo e quindi
dall'istinto. Avvenuto lo scostamento, il cosciente si dissocia
dall'incosciente, e cos comincia la percepibile e di solito assai
sgradevole attivit dell'incosciente, in forma di un inconscio
legame interno che si manifesta solo sintomaticamente, cio
indirettamente. Sorgono allora situazioni in cui sembra che non
sia ancora avvenuto il distacco dalla madre. La mente dei
primitivi, pur non avendo capito questo dilemma, lo ha chiaramente
sentito, e perci ha creato riti importantissimi destinati a
segnare il passaggio dall'infanzia all'et adulta,
coll'inequivocabile scopo di operare magicamente il distacco dai
genitori, riti che sarebbero del tutto superflui se la relazione
coi genitori non fosse parimenti sentita come magica. Magiche sono
tutte quelle cose dove sono in gioco influssi incoscienti. Ma
questi riti hanno l'intento di operare non solo il distacco dai
genitori, ma anche la transizione nell'et adulta. Perch ci
avvenga occorre che non resti una bramosia rivolta indietro verso
la fanciullezza, cio che sia coperta l'esigenza dell'archetipo
offeso, e questo si ottiene contrapponendo all'intimo rapporto coi
genitori un altro rapporto, quello col clan o colla trib. Servono
a questo scopo alcuni segni che vengono impressi sul corpo, quali
la circoncisione ed altre lesioni che lasciano cicatrici, e poi
l'iniziazione mistica che il giovane riceve all'atto della
consacrazione. Talora la consacrazione assume forme assai crudeli.
Il primitivo ritiene necessario, per ragioni di cui non 
cosciente, di soddisfare in questa maniera alle esigenze
dell'archetipo. Non gli basta la semplice separazione dei
genitori, ma gli occorre una violenta cerimonia che sembra un
sacrificio a quelle potenze che potrebbero trattenere il giovane.
Da ci si riconosce la potenza dell'archetipo, che costringe il
primitivo ad agire contro la natura per non caderle in preda. E'
questo l'inizio di ogni civilt, l'inevitabile conseguenza della
consapevolezza e della possibilit che ne deriva di deviare dalla
legge incosciente.
Sono cose da tempo divenute estranee al nostro mondo, ma non per
questo la natura ha in noi perduto nulla della sua potenza. Noi
abbiamo soltanto imparato a sottovalutarla. Ma siamo in imbarazzo
quando ci chiediamo quale sia la nostra maniera di opporci
all'azione dei contenuti incoscienti. Per noi non si pu pi
trattare di riti primitivi: sarebbe un regresso artificioso ed
inoltre inefficace. Siamo gi troppo critici e troppo psicologi.
Se voi mi poneste questa questione sarei in imbarazzo tanto quanto
voi. Posso solo dire che da anni osservo quali vie seguono molti
dei miei pazienti per appagare l'esigenza dei contenuti
incoscienti. Oltrepasserei di molto i limiti di questo saggio, se
volessi riferire qui i risultati di queste osservazioni, e vi
debbo rinviare, a questo riguardo, alla letteratura della
specialit, dove la questione  minutamente discussa. Mi
accontenter di portarvi a riconoscere, se vi riuscir, che nella
nostra anima incosciente sono attive quelle stesse forze che
l'uomo negli antichi tempi proiettava nello spazio e qui onorava
con sacrifici.
Servendoci di questa nozione potremmo riuscire a dimostrare che
tutte le molteplici usanze e convinzioni religiose che tanta
importanza hanno avuto nella storia dell'umanit non sono
riconducibili ad invenzioni arbitrarie o ad opinioni di singoli,
ma sono piuttosto debitrici della loro origine all'esistenza di
potenti forze incoscienti che non possono venir trascurate senza
turbare l'equilibrio psichico. Quanto vi ho spiegato servendomi
dell'esempio del complesso materno non  che un caso fra i molti.
L'archetipo materno  un caso isolato, al quale si potrebbe
facilmente aggiungere una serie di altri archetipi. Questa
molteplicit delle dominanti incoscienti spiega il polimorfismo
delle idee religiose. Tutti questi fattori sono ancor sempre
attivi nella nostra anima; solo le loro espressioni e le loro
valutazioni sono superate. Il fatto che noi adesso possiamo
intenderli come grandezze psichiche  una nuova formulazione, una
nuova espressione, che forse render anche possibile scoprire vie
per le quali possa venir stabilita una nuova relazione con loro.
Ritengo che questa possibilit sia cosa assai importante, perch
l'incosciente collettivo non  affatto una specie di angolo
oscuro, ma  il deposito, che tutto domina, dell'esperienza
atavica di innumerevoli milioni d'anni, l'eco della preistoria, a
cui questo secolo non apporta che un piccolissimo contributo di
variazioni e di differenziazione. L'incosciente collettivo,
essendo in ultima analisi un deposito storico che si esprime nella
struttura del cervello e del simpatico, ha nel suo complesso il
significato di una specie di immagine del mondo senza tempo,
eterna, in certo qual modo, contrapposta alla momentanea immagine
del mondo della nostra coscienza. Ci significa, in altri termini,
n pi n meno che un altro mondo, un mondo speculare, se cos
volete. Ma, a differenza da una mera immagine speculare,
l'immagine del mondo inconscia ha un suo particolare vigore,
indipendente dalla coscienza, grazie al quale pu esplicare
potenti azioni psichiche, azioni che non appaiono ampiamente alla
superficie del mondo, ma influiscono potentemente su di noi
dall'interno, dal buio, invisibili a chiunque non sottoponga
l'immagine momentanea del mondo a critica sufficiente e quindi
rimanga celato anche a se stesso. Il mondo non ha solo una faccia
esteriore, ma anche una faccia interiore, non  solo visibile
fuori di noi, ma opera prepotentemente su di noi, in un presente
senza tempo dai pi profondi e apparentemente pi soggettivi fondi
dell'anima; ecco una nozione che, pur essendo un'antica saggezza,
merita, in questa forma, di esser valutata come un fattore
formativo della nostra visione del mondo.

La psicologia analitica non  una visione del mondo, ma una
scienza, e come tale fornisce i materiali costruttivi o gli
strumenti con cui ciascuno pu costruire, abbattere o anche
migliorare la propria visione del mondo. Ci sono oggi molti per i
quali la psicologia analitica  una visione del mondo. Io vorrei
che cos fosse, perch allora sarei dispensato dalla fatica di
indagare e di dubitare e potrei inoltre dirvi in modo chiaro e
semplice qual  la via che conduce in paradiso. Ma purtroppo non
siamo ancora a tal punto. Io mi limito a saggiare sperimentalmente
la visione del mondo, tentando di capire quali siano il
significato e la portata dei nuovi eventi. E questo sperimentare 
in un certo senso una via, perch tutto sommato anche la nostra
stessa esistenza  un esperimento della natura, un tentativo con
una nuova combinazione. Una scienza non  mai una visione del
mondo, ma solo lo strumento per crearla. Ognuno prender o non
prender in mano questo strumento, secondo la visione del mondo
che gi possiede. Nessuno infatti  senza visione del mondo:
tutt'al pi avr quella che gli fu imposta dall'educazione e
dall'ambiente. Se questa visione del mondo, per esempio, gli dice,
colle parole di Goethe, che la personalit  il supremo bene
dell'uomo, egli dar di piglio senza esitare alla scienza ed ai
suoi risultati, in cui vedr lo strumento per costruire una
visione del mondo e quindi se stesso. Se invece la sua visuale
ereditaria gli dir che la scienza non  strumento, ma fine a se
stessa, egli seguir la parola d'ordine che da circa 150 anni 
valida, cio praticamente decisiva. Alcuni, invero, si sono
disperatamente difesi contro questa idea, perch la loro idea di
perfezione culminava nella compiutezza della personalit umana e
non nella differenziazione dei mezzi tecnici, che conduce
inevitabilmente a una differenziazione estremamente unilaterale di
un impulso, dell'impulso a conoscere. Se la scienza  fine a se
stessa l'uomo ha la sua ragion d'essere come intelletto. Se l'arte
 fine a se stessa, l'attitudine figurativa  l'unico valore
dell'uomo, e l'intelletto va a finire in soffitta. Se il guadagnar
danaro  fine a se stesso, scienza ed arte possono tranquillamente
far fagotto. Nessuno pu negare che la coscienza moderna 
spezzettata, quasi senza speranza, in questi fini a se stessi.
Perci gli uomini vengono coltivati solo come qualit singole, e
diventano strumenti.
Negli ultimi 150 anni abbiamo avuto numerose visioni del mondo,
prova questa che la Weltanschauung  merce screditata, perch
quanto pi una malattia  difficile da guarire, canto pi numerosi
sono i rimedi proposti, tanto peggiore  la fama dei singoli
rimedi. Sembra che le visioni del mondo siano passate di moda.
E' difficile pensare che quest'evoluzione sia un puro caso, una
deplorevole ed insensata aberrazione, perch ci che di per s 
eccellente e adeguato non suole scomparire dalla faccia del mondo
in modo tanto penoso e sospetto. Bisogna che ci sia qualcosa di
inutile o di riprovevole. Dobbiamo quindi porci la questione:
dov' l'errore delle nostre visioni del mondo?.
A me pare che l'errore fatale dell'attuale visione del mondo
consista in questo, che essa pretende di essere una verit
obbiettivamente valida, e in ultima analisi perfino una specie di
evidenza scientifica, il che conduce, per esempio,
all'insopportabile conseguenza che lo stesso buon Dio deve aiutare
i Tedeschi, i Francesi, gli Inglesi, i Turchi, i pagani; insomma,
tutti contro tutti. La coscienza moderna, nella sua pi ampia
concezione del divenire mondiale, si  ritratta con orrore da
simili mostruosit, ed ha cominciato a cimentarsi con surrogati
filosofici. Ma anche questi pretesero di essere verit
obbiettivamente valide, e furono screditati; e cos abbiamo finito
per arrivare allo spezzettamento differenziato, colle sue poco
raccomandabili conseguenze.
L'errore fondamentale di ogni visione del mondo  la sua singolare
tendenza ad essere considerata essa stessa come la verit delle
cose, mentre in realt essa non  che il nome che noi diamo alle
cose. Forse che noi, in scienza, litighiamo per decidere se il
nome del pianeta Nettuno corrisponde all'essenza di questo astro e
sia quindi il suo solo giusto nome? Nemmeno per idea, e questa 
la ragione per cui la scienza  pi progredita: essa conosce
soltanto ipotesi di lavoro. Solo lo spirito primitivo crede al
vero nome. Il Rumpelstilzchen della favola andava in tanti pezzi
quando si nominava il suo vero nome. Il capo trib cela il suo
vero nome ed assume, per l'uso giornaliero, un nome esoterico,
affinch nessuno possa stregarlo conoscendo il suo vero nome.
Nelle tombe dei faraoni egiziani venivano scritti i veri nomi
degli di, affinch i faraoni defunti potessero aver gli di in
loro potere mediante la conoscenza del loro vero nome. Per il
cabalista il possesso del vero nome di Dio ha il significato di
una potenza magica. Insomma: per lo spirito del primitivo il nome
costituisce la cosa stessa. Ci che egli dice diviene, tale 
l'antica massima di Ptah. Le visioni del mondo soffrono di questo
residuo di primitivit incosciente. Come all'astronomia  ancora
ignoto che gli abitanti di Marte abbiano reclamato in terra per
falsa denominazione del loro pianeta, cos possiamo
tranquillamente ammettere che il mondo non si curi affatto di ci
che di lui pensiamo. Ma non per questo occorre che noi cessiamo di
pensare al mondo. E difatti noi non cessiamo di pensarci, anzi, la
scienza continua a vivere come figlia ed erede di vecchie e
decadute visioni del mondo. Ma chi ci ha scapitato in questo
cambio di mano  l'uomo. Nella visione del mondo di antico stile
egli aveva messo ingenuamente il suo spirito al posto delle cose,
e gli era lecito considerare il suo viso come la faccia del mondo,
vedere in s un'immagine di Dio; lusso che non era poi pagato
troppo caro con alcune pene dell'inferno. Nella scienza, invece,
l'uomo non pensa a s ma solo al mondo, all'oggetto: si  tolto di
mezzo ed ha sacrificato la propria personalit allo spirito
obbiettivo. Perci lo spirito scientifico  anche moralmente
superiore alle visioni del mondo di vecchio stile.
Ma noi cominciamo a sentire le conseguenze di questo immiserimento
della personalit umana. In tutti i luoghi si leva la richiesta di
una visione del mondo, si vuole che la vita ed il mondo abbiano un
senso. Sono numerosi anche nel nostro tempo i tentativi di andare
a ritroso e di professare visioni del mondo di antico stile quali
la teosofia (o meglio: antroposofia). Abbiamo bisogno, noi e pi
ancora la nuova generazione, di una visione del mondo. Ma se non
vogliamo ricadere in stadi evolutivi superati, una nuova visione
del mondo deve rinunciare alla superstizione della propria
validit obbiettiva, deve saper concedere di esser solo
un'immagine che noi dipingiamo per amor della nostra anima, e non
un nome magico col quale noi stabiliamo cose obbiettive. La nostra
visione del mondo non deve servire per il mondo, ma per noi. Se
non creiamo un'immagine del mondo nel suo complesso non vediamo
neppur noi, che pur siamo fedeli riproduzioni appunto di questo
mondo. E solo nello specchio della nostra immagine del mondo
possiamo vedere completamente noi stessi. Noi appariamo solo
nell'immagine che noi creiamo. Solo nel nostro atto creatore noi
ci poniamo completamente in luce e diveniamo riconoscibili a noi
stessi come un tutto. Noi non poniamo mai al mondo un volto
differente dal nostro, e appunto per questo dobbiamo farlo, per
trovare noi stessi. Pi alto che la scienza o l'arte fini a se
stesse sta infatti l'uomo, creatore dei suoi strumenti. Non siamo
mai pi vicini all'eccelso mistero di tutte le origini che quando
conosciamo il nostro io, che ci illudiamo di aver sempre
conosciuto. Ma le profondit dell'universo ci sono pi note che le
profondit dell'io, dove possiamo udire quasi direttamente
l'Essere ed il Divenire creatori, ma senza comprenderli.
In questo senso la psicologia ci d nuove possibilit, dimostrando
l'esistenza di immagini fantastiche che nascono dall'oscuro fondo
della psiche, e quindi ci dnno conoscenza dei processi che
avvengono nell'incosciente. I contenuti dell'incosciente
collettivo sono i risultati delle funzioni psichiche della serie
degli antenati, sono dunque, nel loro insieme, un'immagine
naturale del mondo, confluita e condensata da un'esperienza di
milioni di anni. Queste immagini sono mitiche e quindi simboliche,
perch esprimono l'accordo del soggetto sperimentante coll'oggetto
sperimentato. Si capisce che tutta la mitologia e tutte le
rivelazioni siano derivate da questa matrice di esperienza, e che
quindi debbano derivarne anche in futuro tutte le idee riguardanti
il mondo e l'uomo. Sarebbe per un errore credere che le immagini
fantastiche dell'incosciente possano venire immediatamente
applicate, come se fossero una rivelazione. Esse sono solamente la
materia prima, e per acquistare un senso debbono ancora venir
tradotte nel linguaggio del loro tempo. Se questa traduzione
riesce, il mondo quale noi le vediamo  nuovamente collegato,
mediante il simbolo di una visione del mondo, coll'esperienza
primordiale dell'umanit; l'uomo storico e universale che  in noi
porge la mano all'uomo individuale che vive attualmente, evento
comparabile al congiungimento mitico del primitivo cogli avi
totemistici nella cena rituale.
La psicologia analitica  in questo senso una reazione contro
l'esagerato razionalismo della coscienza, la quale, cercando di
generare processi indirizzati, si isola dalla natura e cos
strappa l'uomo dalla sua naturale storia e lo trapianta in un
presente razionalmente limitato, che si estende al breve periodo
fra la nascita e la morte. Questa limitazione genera un sentimento
di accidentalit e di insensatezza che ci impedisce di vivere la
vita con quella ricchezza di significati che essa richiede per
essere completamente vissuta. La vita si appiattisce e non
rappresenta pi compiutamente l'uomo. Perci una grande parte di
vita non vissuta cade in preda all'incosciente. Si vive come si
cammina quando si hanno scarpe troppo strette. L'eternit, che 
cos caratteristica della vita dei primitivi, manca completamente
alla nostra vita. Le nostre mura razionali ci isolano
dall'eternit della natura. La psicologia analitica cerca di far
breccia nelle mura, scavando nell'incosciente per trarne fuori
quelle immagini fantastiche che l'intelletto razionale aveva
rigettate. Queste immagini sono fuori delle mura, appartengono
alla natura in noi, che in apparenza giace profondamente sepolta
dietro di noi, e contro la quale noi ci siamo trincerati dietro le
mura della ragione. Da ci nacque quel conflitto colla natura che
la psicologia analitica cerca di risolvere non tornando alla
natura, con Rousseau, ma persistendo nello stadio razionale
felicemente raggiunto e arricchendo la nostra coscienza colla
nozione dello spirito naturale.
Chi riesce a gettare uno sguardo su queste cose ne riceve una
potentissima impressione. Ma non potr gioire a lungo di questa
impressione, perch subito dovr chiedersi come potr assimilare
il nuovo acquisto. Ci che  di l dal muro sembra a tutta prima
inconciliabile con ci che  di qua. Sorge cos il problema della
traduzione nel linguaggio contemporaneo, o meglio della creazione
di un nuovo linguaggio, e in tal modo  posta la questione della
visione del mondo, cio di quella visione che ci deve aiutare a
trovare l'accordo col nostro uomo storico, in maniera che i suoi
accenti profondi non vengano sopraffatti dalle aspre note della
coscienza razionale, o che, inversamente, l'inestimabile luce
della mente individuale non affoghi nelle tenebre infinite
dell'anima naturale. Giunti a questa questione dobbiamo
abbandonare il campo della scienza, perch ora ci occorre la
decisione creatrice, per affidare la nostra vita a questa o a
quella ipotesi. Comincia qui, in altre parole, il problema etico,
senza il quale non  pensabile una visione del mondo.

 (C. G. Jung, Il problema dell'inconscio nella psicologia moderna,
Einaudi, Torino, 1973, pagine 212-232)
